Il treno per la città

scritto da ele_rubi
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Storia di Suely e della sua fuga in treno.
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Testo: Il treno per la città
di ele_rubi

Suely non aveva mai preso un treno da sola.

Aveva preso autobus, corriere, macchine di amici, taxi (una volta sola, quando aveva avuto la febbre e Jeffrey non poteva lasciare il bar).

Ma il treno no.

Il treno le sembrava una cosa da persone che sanno dove stanno andando.

Quella sera salì invece sul regionale con una borsa piccola e il vestito che aveva indossato alla festa.

Aveva ancora una sbavatura di rossetto all'angolo della bocca.

Tutta colpa di quel bacio.

Si sedette vicino al finestrino.

Il paese rimase indietro quasi subito.

Prima la stazione.

Poi il parcheggio.

Poi i capannoni.

Poi i campi neri.

Suely guardò fuori.

In Brasile, pensò, quando pioveva forte, la terra diventava rossa.

Qui no.

Qui la terra era scura.

Sembrava sempre già bagnata.

Aveva venticinque anni.

Da tre viveva in Italia.

Diceva ancora io era invece di ero, e scordava spesso le doppie.

Jeffrey la correggeva.

Non con cattiveria.

«Si dice birra, non bira.»

E lei ripeteva.

Poi se ne dimenticava.

Al bar tutti avevano imparato a capirla.

I clienti abituali ordinavano senza parlare.

Un caffè.

Uno spritz.

Due birre.

Il solito.

Suely aveva imparato che nei paesi piccoli il lavoro di una cameriera consiste soprattutto nel ricordare ciò che gli altri dimenticano.

Chi vuole il ghiaccio.

Chi non vuole il limone.

Chi paga sempre domani.

Chi non beve mai il primo bicchiere fino in fondo.

Chi viene al bar perché non ha nessun altro posto dove andare.

Il bar era nella piazza principale.

Il più importante del paese.

Aveva i tavolini sotto i portici e una grande insegna luminosa che si accendeva prima ancora che facesse buio.

Suely ci lavorava tutte le sere.

Gli uomini la guardavano.

Alcuni senza nemmeno fingere.

Lei aveva imparato a non accorgersene.

Era diventata brava.

Guardava il bicchiere.

La cassa.

Il tavolo.

Il pavimento.

Qualunque cosa, purché non gli occhi.

A volte pensava che essere una donna bella fosse come lavorare davanti a una vetrina.

La gente non entrava necessariamente.

Ma si fermava a guardare.

Lorenzo veniva al bar quasi tutte le sere.

Non era uno di quelli.

Forse proprio per questo lei aveva cominciato a ricordarlo.

Arrivava con tre amici.

Ordinava uno spritz.

Poi un altro.

Gli amici parlavano di calcio, macchine, ragazze.

Lorenzo ascoltava.

Ogni tanto rideva.

Quando Suely arrivava al tavolo, lui le faceva spazio con il braccio.

Non la toccava. Non le diceva cose.

Soltanto un: «Grazie, Suely.»

Pronunciava bene il suo nome.

Questa cosa le piaceva.

Una sera le aveva chiesto:«Ti manca il Brasile?»

Suely aveva pensato che fosse una domanda stupida.

Poi aveva risposto: «Sì.»

«Tanto?»

«Dipende.»

«Da cosa?»

Lei aveva guardato i suoi amici.

Stavano discutendo.

«Dai giorni.»

Lorenzo aveva annuito.

Non aveva fatto altre domande.

Quella sera, mentre tornava a casa, Suely aveva continuato a pensarci.

Non perché fosse successo qualcosa.

Perché non era successo.

Il treno correva.

I lampioni delle stazioni passavano sul finestrino come fotografie troppo veloci.

Suely pensò a Jeffrey.

Non provava vergogna.

Questo era il problema.

Aveva immaginato tante volte il momento in cui avrebbe lasciato quella casa.

Pensava che avrebbe pianto.

Che avrebbe urlato.

Che avrebbe avuto paura.

Invece aveva soltanto preso la borsa.

Aveva chiuso la porta.

Era uscita.

Non si sentiva colpevole.

Questa era forse la cosa che la sorprendeva di più.

Aveva baciato un altro uomo davanti a tutti.

Era ubriaca.

Lo aveva fatto.

Non voleva chiedere scusa.

Non voleva nemmeno spiegare.

Voleva soltanto andarsene.

Il ragazzo del bacio non era Lorenzo.

Questa era la prima cosa che aveva pensato tornando a casa.

Non aveva pensato a Jeffrey.

Non aveva pensato al tradimento.

Aveva pensato a Lorenzo.

Poi aveva cercato di smettere.

Non ci era riuscita.

La sua conoscente colombiana viveva in città.

Si chiamava Marcela.

Le aveva detto una volta: se un giorno vuoi venire, ci sarò.

Le persone dicono spesso queste cose.

Quasi mai pensano che qualcuno possa prenderle sul serio.

Suely aveva il numero di Marcela scritto su un foglietto nella borsa.

Aveva anche centosettanta euro.

Forse abbastanza per una stanza.

Forse no.

Avrebbe trovato un lavoro.

Uno diverso.

Qualunque cosa.

Non voleva più portare bicchieri.

Non voleva più sentire uomini chiederle il numero mentre metteva il ghiaccio.

Non voleva più sorridere a persone che la guardavano come se il suo corpo fosse una cosa lasciata sul bancone.

Passò una stazione.

Una donna salì con un bambino addormentato.

Il bambino aveva la bocca aperta.

La testa gli cadeva continuamente sulla spalla.

La donna gliela rimetteva a posto.

Dopo pochi secondi ricadeva.

Lei la rimetteva a posto.

Ancora.

Ancora.

Suely la guardò.

Pensò a suo padre.

Quando era piccola, suo padre le sistemava i capelli mentre dormiva.

Lo faceva ogni giorno, da quando sua madre era fuggita di casa.

Lo faceva senza svegliarla: glielo aveva detto lui.

Forse era questo che voleva dire prendersi cura di qualcuno.

Non impedirgli di cadere.

Rimettergli soltanto la testa al suo posto.

Si accorse di avere ancora in tasca una ricevuta del bar.

La tirò fuori.

Sul retro aveva scritto, qualche giorno prima, una parola che Lorenzo aveva usato: Saudade.

L'aveva pronunciata male.

Lei aveva riso.

«Non si può tradurre bene.»

«Io posso.»

«Tu sei brasiliana.»

«Appunto.»

«Allora dimmelo.»

Suely gli aveva risposto: «È quando ti manca una cosa che non sai se vuoi ancora.»

Lorenzo era rimasto zitto.

Poi aveva posato lo spritz.

«Questa è una risposta da barista.»

«Perché?»

«Perché sembra una cosa che dici per non rispondere davvero.»

«Forse.»

Suely ripiegò la ricevuta.

La rimise in tasca.

Fuori era tutto buio.

Ogni tanto compariva una casa isolata.

Una finestra.

Un capannone.

Un cane che correva lungo una recinzione.

Il treno continuava.

Non aveva ancora detto a Marcela che sarebbe arrivata quella sera.

Non aveva una stanza.

Non aveva un lavoro.

Non aveva un piano.

Aveva soltanto una direzione.

E nella testa un nome.

Lorenzo.

Lo pronunciò piano.

Non serviva.

Ma lo pronunciò un'altra volta.

Poi appoggiò la fronte al vetro.

Per la prima volta da quando era salita non pensò a dove sarebbe andata a dormire.

Pensò al bar.

Al tavolino vicino alla finestra.

Ai tre amici che parlavano troppo.

Al bicchiere che Lorenzo lasciava sempre pieno per metà.

Alla sua voce quando le chiedeva: «Come stai?»

Non come va il lavoro.

Non sei stanca?

Come stai.

Una domanda semplice.

Talmente semplice che Suely, ogni volta, non sapeva cosa rispondere.

Il treno entrò in una galleria.

Per qualche secondo il finestrino restituì soltanto il suo viso.

Mora.

Stanca.

Bella.

Quasi sconosciuta.

Quando uscì dalla galleria, Suely continuava a guardarsi.

Poi sorrise.

Non sapeva ancora se avrebbe trovato Marcela.

Non sapeva dove avrebbe dormito.

Non sapeva cosa sarebbe successo con Jeffrey.

Non sapeva nemmeno se avrebbe rivisto Lorenzo.

Ma quella notte, per la prima volta, aveva voglia di scoprirlo.

E il treno andava verso la città.

Il treno per la città testo di ele_rubi
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